domenica, febbraio 08, 2009

Personal coach

Scambio tra me e mia madre, dopo che siamo riuscite a entrare nel parcheggio dell'ospedale, rigorosamente riservato ai dipendenti (per errore ci hanno aperto i cancelli e ne abbiamo approfittato).
— È merito di Francesco, mamma.
— E chi è Francesco?
— Il personal coach che mi sta insegnando i segreti della vita.
— Ah. Pensa che tua madre alla tua età li aveva già scoperti da sola...

domenica, gennaio 18, 2009

Davàr

Il profeta non scrive libri ma fa gesti e dice parole, inseparabilmente, che appartengono alla realtà primaria in cui si soffre o si gioisce, si vince o si perde, si vive o si muore, non alla realtà riflessa e secondaria costituita dalle forme liturgiche e sapienziali che rievocano il passato per confortare e rendere accettabile il presente. La parola-gesto, il davàr del profeta, opera con potenza creatrice sulla realtà, come il fiat del primo giorno. […] I verbi al tempo perfetto esprimono l'efficacia della parola profetica mostrandola già realizzata.

> Sergio Quinzio, Un commento alla Bibbia, 1972

mercoledì, dicembre 24, 2008

Sfratto

Non possiamo sradicare il male, possiamo soltanto sfrattarlo, costringerlo a spostarsi altrove. E quando quello trasloca gli va sempre dietro anche un po’ di bene. Non possiamo alterare mai il rapporto tra bene e male, possiamo solo tenere le cose in movimento, affinché né l'uno né l'altro si solidifichino.

> Tom Robbins, Natura morta con picchio, 1985

domenica, dicembre 21, 2008

Simultaneità

Non ti torturare, figlia mia.
Resisti a te stessa: non trattenere ciò che è stato, non cercare ciò che sarà.
Riconosci come perfetto ciò che hai compiuto, ciò che si è compiuto.
E scrivi ciò che ti dico; non come insegna, né come proposito: ma come preghiera al Mistero, che non ti appartiene.
Non lo dico affinché ti rassegni o ti disperi. Se così fosse, saresti in preda all’avversario – che prima lusinga e poi sbrana.
Lo dico, anzi, affinché tu possa arrischiarti a un affidamento maggiore. Che oggi è un maggiore sacrificio, poiché tu lo rapporti al tempo così come ti appare; ma è l'unica, vera simultaneità tra dolore e riparazione, tra il desiderio e il suo compimento.

di Elianto

martedì, dicembre 16, 2008

Affetti speciali

Dobbiamo riconquistare la sapienza del vetro scuro, della penombra misteriosa, della fede che dà sostanza a ciò che non sta alla superficie del visibile. I grandi eventi coi riflettori se ne vanno come sono venuti. Effetti speciali che non hanno sostanza. Affetti speciali, piuttosto, strappati ai lati oscuri della vita, che legano l’anima al corpo e il corpo allo Spirito.

> P. Sequeri, L’ombra di Pietro. Legami buoni e altre beatitudini, 2006

domenica, dicembre 07, 2008

Ingresso in Gerusalemme

Sulla soglia incontro H. Capita di rado, ma capita, essendo noi diventati, ormai da qualche anno, vicini di quartiere. Dunque non è un fatto così meraviglioso; a causarlo è la probabilità, più che il destino. L’elemento forse paradossale – quello sì, sorprendente — è il luogo, la piazza che ospita l’incontro, ovvero un sagrato. Ci si incrocia subito fuori dalla chiesa, prima o dopo la celebrazione; o ci si avvista durante la processione alla comunione, cui entrambi, inspiegabilmente, ci accostiamo.

La mia conoscenza di lui si è interrotta nel ’92, e me lo ricordo come un “mangiapreti”. Io stessa, allora, non frequentavo ancora gli atri di Dio; né assiduamente, come è stato per tutti questi scorsi anni, né irregolarmente, come oggi, circa, mi consento di fare. Non li frequentavo, non li frequentavamo. Ed eravamo felici così.
Bastavamo a noi stessi: forti, giovani, innamorati. Almeno fino a un certo punto.
Dopo tutto questo tempo, più di quindici anni (ma quante vite?), rivederlo è quasi un piacere. Riconoscere la sua figura, i suoi tratti somatici, le sue particolarità fonetiche, la sua immodestia. Che in superficie è quasi urtante, ma diverrebbe certo secondaria, persino invisibile, se entrassi di nuovo in relazione con lui; perché passerebbe senz’altro in secondo piano – almeno ai miei occhi – rispetto allintelligenza. La sua è una testa logica, soprattutto; e i pregi della logica, per chi ne fosse assetato, potrebbero oscurare il resto. Nessun problema dunque: la vanagloria è facile a tollerarsi o comunque a perdonarsi.


E così ascolto le sue vicende private, ma ancor prima i suoi risultati professionali (ogni volta mi aggiorna, perché ogni volta è una promozione); io balbetto i miei, il più fluidamente che mi riesce, incespicando nel solito problema di spiegare in cosa consiste il mio lavoro. Ormai ci ho fatto il callo; ed è un callo che procura quasi inerzia, sino al limite della passività. Insomma non mi sforzo a descrivere più nulla. Qualunque cosa sia e come sia definibile (persino il fisco fatica a codificare la mia attività, che annovera nella categoria “Altro”), il mio lavoro mi piace e per fortuna mi diverte. Sono in proprio (pr. frileens), guadagno poco e non ho alcun benefit, ma quello che faccio mi dà stimoli continui. Sono dunque nella fortunata condizione di non dover invidiare nessuno, ma nemmeno, soprattutto, di compiacermi. «Mi pagano laereo da qualsiasi parte debba prenderlo per tornare», vanta lui, con il suo ghigno tipico di fierezza; io penso Ma ancora lì, sei? Riposa il tuo cuore. In conclusione, servendo l’altare dell’equilibrio: la vanagloria ci assimila, più che dividerci. E senzaltro anche ai tempi era così.

Come sempre quando lo incontro, tiene mano nella mano J. Con cui scambio qualche gioviale battuta, vincendo la trappola di timidezza che mi inchioda ogni qual volta debba affrontare un bambino in età prescolare. Una somma pavidità che tuttavia vorrei interpretare, indulgente verso me stessa, come estremo rispetto. Ma in verità, diciamocelo, è una forma di scaltrezza. I marmocchi sono delle mine vaganti: accenderli o spegnerli è sempre un rischio, o quantomeno una fatica immane. Se poi, malauguratamente, stai loro antipatico, non ci mettono né due e né tre a torturarti o, peggio, avvilirti. Diaboliche creature: meglio ignorarle, se non si è proprio costretti a fare altrimenti (tipo educarli).

Dunque in questa nostra piazza — insolita e consueta a un tempo — che è il sagrato, ci si racconta un po’. Per rompere il ghiaccio avevo provato a buttargli lì un piccolo appunto ironico sullomelia.
«Se il sacerdote si trova costretto a specificare che il puledro della nuova traduzione», dico, «è in realtà un asino, come in effetti è sempre stato, a cosa serve la nuova traduzione?» Del resto, anche sotto altri rispetti, il sacerdote in questione mi era parso di scuola piuttosto conservatrice. «Certo che è un po’ paradossale... vero?» incalzo.
In H nessuna reazione, se non quella un po’ ritrosa di chi si schermisce da un attacco delirante, verso cui non prova la minima solidarietà. Eppure questo fatto dell’asino-puledro mi aveva sollecitato e incuriosito. Mi chiedo quali conseguenze possa avere su un’eventuale catechesi a proposito dell’ingresso in Gerusalemme.
Una volta rientrata a casa, la ricerca in rete tutto soccorre e riconcilia: trattavasi di un puledro, ma figlio d’asina.

di Elianto

sabato, dicembre 06, 2008

A proposito dell'amore e della perdita

Parole e musica: Un mito: Steve Jobs

Origine

Il paradigma oggi dominante per interpretare le vite umane individuali, e cioè il gioco reciproco tra genetica e ambiente, omette una cosa essenziale: quella particolarità che dentro di noi chiamiamo: "me". Se accetto l'idea di essere l'effetto di un impercettibile palleggio tra forze ereditarie e forze sociali, io mi riduco a mero risultato. Quanto più la mia vita viene spiegata sulla base di qualcosa che è già nei miei cromosomi, di qualcosa che i miei genitori hanno fatto o hanno omesso di fare e alla luce dei miei primi anni di vita ormai lontani, tanto più la mia biografia sarà la storia di una vittima. La vita che io vivo sarà una sceneggiatura scritta dal mio codice genetico, dall'eredità ancestrale, da accadimenti traumatici, da comportamenti inconsapevoli dei miei genitori, da incidenti sociali. […]
Noi siamo vittime delle teorie ancor prima che vengano messe in pratica. […] La vittima è l'altra faccia dell'eroe. Più in profondità, noi siamo vittime della psicologia accademica, della psicologia scientistica, financo della psicologia terapeutica, i cui paradigmi non spiegano o non affrontano in maniera soddisfacente — che è come dire ignorano — il senso della vocazione, quel mistero fondamentale che sta al centro di ogni vita umana.
[…] Leggere a ritroso significa che la parola chiave per le biografie non è tanto "crescita" quanto "forma", e che lo sviluppo ha senso soltanto in quanto svela un aspetto dell'immagine originaria. Beninteso, ciascuna vita umana di giorno in giorno progredisce o regredisce, e noi vediamo svilupparsi svariate facoltà e le osserviamo decadere. E tuttavia l'immagine innata del nostro destino le contiene tutte nella compresenza di ieri, oggi e domani. La nostra persona non è un processo o un evolversi. Noi siamo quell'immagine fondamentale, ed è l'immagine che si sviluppa, se mai lo fa. Come disse Picasso: «Io non evolvo. Io sono».
Tale, infatti, è la natura dell'immagine. L'immagine è presente tutta in una volta.

> James Hillman, Il codice dell'anima, 1997


«Chi ghn'à mia in quidzëina, ghn'à gnan in trintëina».
[Chi non ha senno a quindici anni, non ne ha neanche a trenta].
Detto piacentino

martedì, novembre 25, 2008

La fiaba, come i vangeli, è un ago d’oro, sospeso a un nord oscillante, imponderabile, sempre diversamente inclinato come l’albero maestro di una nave su un mare mosso. Come scegliere di volta in volta fra abbandono ed astuzia, ingenuità e sapienza, memoria e oblio salutare? Uno vince perché in un paese di creduloni e intriganti fu diffidente e segreto, l'altro perché si affidò infantilmente al primo venuto, o addirittura a un cerchio di malfattori. Enigma ogni giorno nuovo, proposto e mai risolto, se non nell’ora decisiva, nel gesto puro — non dettato da nulla ma alimentato, giorno per giorno, di pazienza e silenzio.

> Cristina Campo, Gli imperdonabili, 1987, corsivi miei

lunedì, novembre 24, 2008

Oltranza 3

Nessun libro finisce; i libri non sono lunghi, sono larghi. La pagina, come rivela anche la sua forma, non è che una porta alla sottostante presenza del libro, o piuttosto ad altra porta, che porta ad altra. Finire un libro significa aprire l'ultima porta, affinché non si chiuda più né questa né quelle che abbiamo finora aperte per varcarne la soglia, e tutte quelle che infinitamente si sono aperte, continuano ad aprirsi, in un infinito brusio di cardini.

> Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, 2002


Il libro come esperienza
— Il libro, come il giornale, vede quotidianamente eroso un predominio che alla fine dell'Ottocento aveva probabilmente raggiunto l'estensione maggiore. Oggi non si deve difendere un'esclusiva impossibile, ma una idea di cultura nella quale una civiltà si riconosce.
[…] Io non credo che il libro cesserà di essere una fonte di felicità, come la dieta degli astronauti […] non eclisserà la grande cucina delle tradizioni regionali.
Noi dobbiamo piuttosto difendere l'immagine della cultura che il libro esprime rispetto ad altre fonti di sapere. E la lettura come esperienza che non coltiva l'ideale della rapidità, ma della ricchezza, della profondità, della durata. Una lettura amante degli indugi e dei ritorni su di sé, aperta, più che alle scorciatoie, ai cambi di passo che assecondano i ritmi della mente e vi imprimono le emozioni e le acquisizioni. È in questa esperienza del libro che il libro diventa un'esperienza essenziale.

> Giuseppe Pontiggia, Prima persona

domenica, novembre 23, 2008

Esecuzione

Considero valore ogni forma di vita,
la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto,
un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato
e due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente
e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua,
riparare un paio di scarpe,
tacere in tempo,
accorrere a un grido,
chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo,
la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare
e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

> Erri de Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi 2002

Misura

Quarantaquattro chilometri al giorno, seduti uno accanto all’altro, era una distanza sufficiente per conoscerci bene, e per ammirarci di sottecchi, scambiarci confidenze, attaccar briga, a volte perfino litigare a gran voce. Tuttavia una specie di istinto ci frenava quando eravamo sul punto di umiliarci a vicenda, o di esprimere troppo i nostri sentimenti. Con un minimo di pudore, e in più un po’ di odio preservato, la nostra amicizia andò consolidandosi; a differenza dell'amore, che tende sempre a straripare, l’amicizia ha bisogno delle sue dighe.

> Chiquo Barque, Budapest, 2005

Oltranza 2

Non ti aspetto più
neanche se quando ritorni
ritornasse un'altra estate.
Non ti aspetto più
è passato molto tempo
le mie stagioni sono già finite.

Non ti aspetto più
e vado via da qui
oltre questo ponte
un altro ponte
e ancora un fiume
e un altro fiume ci sarà.

Non ti aspetto più
e vado via perché
oltre l'orizzonte
un altro mare
e ancora un mare
e un altro amore
ci sarà.

> Gianmaria Testa, Non ti aspetto più, da Lampo, 1999


Un mandarino era innamorato di una cortigiana. Sarò vostra — disse lei — solo quando voi avrete passato cento notti ad aspettarmi seduto su uno sgabello, nel mio giardino, sotto la mia finestra. Ma, alla novantanovesima notte, il mandarino si alzò, prese il suo sgabello sotto il braccio e se ne andò.

> R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, sv attesa, 1979

Per troppo fede

Per troppo fede
talor se perigola.

Oimè, ch'Amor m'ha posto
in cotal arzere
onde convienme ognor
lagreme sparzere
so che de doglia
lo mio cor formigola.

> Per troppo fede, ballata anonima dal Codice Rossi (XIV secolo)


Lu disiu d'amuri
m'acchiana di lu pettu
comu fumu di braceri
astutati cu l'acqua
e m'affuca.

Chi vonnu
sti pizzi aperti
dintra lu nidu di lu me pettu,
ca puncinu la gaggia pi nèsciri
e si nsanguinanu li testi?

[…]

Dicitimi ca li petri
sunnu amuri
e mi li manciu.
Dicitimi ca li furni
còcino amuri
e mi fazzu nfurnari.

Il desiderio d'amore / mi sale al petto / come fumo di bracieri / spenti con l'acqua / e mi soffoca. // Cosa vogliono / questi becchi aperti / dentro il nido del mio petto, / che pungono la gabbia per uscire / e si insanguinano le teste? […] Ditemi che le pietre / sono amore / ed io le mangio. // Ditemi che i forni / cuociono amore / e mi faccio infornare.

> Ignazio Buttitta, Arsura d'amuri, 1963

domenica, ottobre 07, 2007

Nudo (indosso)

Non credere
che non sappia
che quando mi parli
la mano della tua mente
impercettibilmente
mi sfila le calze,
e si muove cieca e intraprendente
lungo la mia coscia.

Non credere
che io non sappia
che tu sai
che tutto ciò che dico
è un indumento.

> Anne Stevenson, Sous-Entendu, da Poems 1955-2005

venerdì, ottobre 06, 2006

Inventio

Chi indovinò, penso, decise e volle
la prima lotta umida d’amore,
quel frullo interiore, strano e folle?

> Roberto Piumini, L'amore morale, 2001

Sentivo i denti di Silvia che scoprivo come delle montagne ogni millimetro dove io ero piccolo uno scalatore che le scopriva con la lingua lontano anni luce dal vuoto mostruoso del pensiero di fuori.
Allora dentro di me c’era il profumo l’odore senza passato futuro presente le onde che diventavano grandi del fiato che passava attraverso di noi che non c’eravamo più e io che ero soltanto fiato che entrava nel batticuore che incominciava a scandire i secondi del bacio che diventavano mesi.
Allora c’erano tantissimi mondi si formavano uno dietro l’altro per rinascere subito dopo trascinati altrove dalla saliva di Silvia che assieme a loro mi trascinava a occhi chiusi nel cinema, abbracciandola dentro la sentivo vicina per un istante come non avevo sentito nessuno mai.
Come quando ero piccolissimo quando ero un neonato che non sa niente del mondo lo scopre ogni secondo e tocca il tavolo e sente questo è tavolo pensa questo è legno impara le venature delle cose le superfici da toccare del mondo la consistenza della plastica la morbidezza della lana la presenza impalbabile dell'aria, quando ancora devi conoscere tutto, quando ancora non ti hanno detto che tutto è già stato fatto.

> Aldo Nove, Amore mio infinito, 2000

mercoledì, ottobre 04, 2006

Domino

Protagonista di Annunciazione [film di András Jeles presentato nel 1984 alla mostra di Venezia] è Adamo – il quale dopo essere stato creato, uscito dalle mani di Dio, entrato nel mondo, una sera, dopo aver vissuto con la sua donna, è colpito da un sonno profondissimo, e in questo sonno il tentatore gli fa vedere, quasi come in una specie di filmato sul futuro, tutto ciò che egli sarà. Questo Adamo, generando, sarà Milziade, sarà Tancredi, sarà Danton, sarà anche tutti i dittatori della storia. È in lui, nel suo seme, che è già nascosta tutta questa bava di sangue che viene disseminata su tutta la superficie della storia. Adamo – ed è questa la tentazione – vedendo il suo prodotto che egli offrirà nella storia, si sente responsabile di tutto questo.
Quando egli si risveglia, Lucifero ha raggiunto veramente il suo scopo. Adamo decide di suicidarsi; uccidendosi finalmente libererà questa terra dalla miseria dell'uomo. Ma prima di compiere questo gesto, egli guarda per l'ultima volta la sua donna, e guardando Eva, egli si accorge che è già incinta.
> Gianfranco Ravasi, Uomo, dove sei?, Lezioni sul Genesi, 2006

Un atto, per quanto innocente, non si esaurisce nella solitudine. Produce, come effetto, un altro atto e mette in moto un'intera catena di eventi. Dove finisce la responsabilità dell'uomo nei confronti del proprio atto che si prolunga così in maniera infinita, in una trasformazione incalcolabile e mostruosa? [...] Edipo è colpevole? La parola, tratta dal lessico dei giuristi, non ha qui alcun senso. Alla fine di Edipo re, egli si acceca con i fermagli della tunica di Giocasta che si è impiccata. È un atto di giustizia che egli vuole applicare a se stesso? La volontà di punirsi? O non è piuttosto un grido di disperazione? Il desiderio di non vedere più le atrocità di cui è la causa e l'oggetto? Un desiderio, allora, non di giustizia ma di annientamento?
> Milan Kundera, Il sipario, 2004

Essersi sbagliati, illusi, aver valutato male persone e situazioni, essersi lasciati ingannare dalle apparenze o trascinare dagli entusiasmi, non aver previsto gli effetti pur concepibili di certe cause, tutto questo era fino a ieri materia indiscussa di contrizione e di vergogna.
[...] In casi estremi, il tormento era tale da portare al suicidio; ma senza arrivare a tanto, l'errore veniva vissuto come mortificazione cocente, da tenere il più possibile segreta. Di questo atteggiamento verso l'errore non si trova quasi più traccia nella vita di oggi [...].
> Fruttero e Lucentini,
Il cretino in sintesi, 2002

giovedì, aprile 06, 2006

Lontano

Come potrei trattenerla in me,
la mia anima, che la tua non sfiori;
come levarla, oltre te, ad altre cose?
Ah, potessi nasconderla in un angolo
perduto nella tenebra, un estraneo
rifugio silenzioso che non seguiti
a vibrare se vibri il tuo profondo.
Ma tutto quello che ci tocca, te
e me, insieme ci prende come un arco
che da due corde un suono solo rende.
Su qual strumento siamo tesi, e quale
violinista ci tiene nella mano?
> Rilke, Canto d'amore, marzo 1907 (Capri)












Dove andare lontano dal tuo spirito,
dove fuggire dalla tua presenza?
Se salgo in cielo, là tu sei,
se scendo negli inferi, eccoti.
> Salmo 138

sabato, gennaio 07, 2006

Basterà


Fu così che i figli d’Israele parlarono a Dio: «Quando i principi trasgrediscono la Legge, è sufficiente per loro portare un’offerta, e vengono perdonati. Se a trasgredire è un unto, è sufficiente per lui presentare un sacrificio, e viene perdonato. Ma noi non abbiamo niente da offrirti: che cosa possiamo fare per essere perdonati?».
Rispose il Signore: «Portatemi un bue soltanto, e verrà accettato come sacrificio».
«Ma siamo poveri», gridò il popolo, «non possediamo nemmeno un bue».
«Va bene», disse il Signore, «datemi parole di Torà, dite qualche preghiera, e basterà».
«Non sappiamo come pregare», dissero i figli di Israele.
Allora Dio disse loro: «Va bene: allora piangete. Basterà che piangiate».

> Dal Midrash

domenica, agosto 28, 2005

Esperienza

Beniño: Quando l’ho rivista è stato qui.
Marco: Che le è successo?
Beniño: Un incidente di macchina, uno di quei giorni di pioggia.
Il padre non voleva che restasse sola neanche un momento, né di giorno né di notte. Ha richiesto i migliori infermieri – bè, io qui ho un’ottima reputazione… – e mi hanno raccomandato. [...] Da allora sono già quattro anni. Ed eccoci qui. Vero Alicia?
Nei giorni liberi ho cominciato ad andare ai balletti. Vado pure alla cineteca. Vedo tutto il cinema muto che posso: quello tedesco, quello americano, quello italiano… Tutto. Poi le racconto tutto quello che ho visto.
Questi ultimi quattro anni sono stati i più belli della mia vita. A occuparmi di Alicia. A fare le cose che a lei piaceva fare. Tranne viaggiare, certo.
Marco: A me capita il contrario con Lidia.
Beniño: E com’è?
Marco: Non sono capace di toccarla. Non riconosco il suo corpo.
Sono incapace perfino di aiutare le infermiere quando nel letto le cambiano posizione. E mi sento molto meschino.
Beniño: Parli con lei. Glielo racconti.
Marco: Sì, mi piacerebbe, ma lei non può sentirmi.
Beniño: Com’è così sicuro che non ci sentono?
Marco: Perché il suo cervello è spento, Beniño!
Beniño: Il cervello di una donna è un mistero. E in questo stato lo è di più. Le donne bisogna tenerle in considerazione, parlare con loro. Avere un pensierino di tanto in tanto, accarezzarle spesso. Ricordare che esistono e che sono vive. E che per noi contano. Questa è l’unica terapia. Glielo dico per esperienza.
Marco: E che esperienza hai tu con le donne?
Beniño? Che esperienza hai tu con le donne?
Beniño: Cosa?
Marco: Che esperienza hai tu con le donne?
Beniño: Io? Tutta! Ho vissuto vent’anni giorno e notte con una e da quattro anni sto con lei…

Parla con lei, sceneggiatura originale di Pedro Almodovar, 2002

[...] l'anima, che per l'uomo comune
è il vertice della spiritualità,
per l'uomo spirituale è quasi carne.

Marina Cvetaeva [1892-1941]

Se tu non mi violenti

Mi ha sedotto, Signore, e mi sono lasciato sedurre.
Mi hai fatto forza e hai prevalso.

> Geremia 20,7











Ma fui promesso al tuo nemico.
Divorziami, sciogli, di nuovo spezza quel nodo,
rapiscimi, imprigionami,
ché se tu non mi fai schiavo mai io sarò libero,
né casto sarò mai se tu non mi violenti.

> John Donne, Poesie amorose e teologiche, Sonetto sacro XIV
[ante 1631]

domenica, agosto 14, 2005

Essenzialmente orecchio


Non sembra per niente esagerato affermare che l’uomo è essenzialmente orecchio.

> Alfred Tomatis,
L'orecchio e la voce , 1987











Antonio si svegliò bruscamente, disturbato da un rumore come di zoccoli. Accese la lampadina e vide che era la Morte, la quale passeggiava in su e in giù per la stanza, e che, vedendosi osservata, si fermò e indicò col dito il cassetto del tavolino da notte. Poi riprese a camminare in su e in giù sempre con quel passo rumoroso dovuto ai suoi piedi scarni. Antonio si preoccupò che nella stanza attigua la potessero udire. Nuovamente la morte si fermò a indicare col dito il cassetto del tavolino e di nuovo riprese a passeggiare. Ma faceva troppo rumore.
— Se vuoi che prenda la rivoltella dal cassetto, — le disse Antonio indicando le ciabatte sul tappeto, — mi devi fare il piacere di calzare le mie pantofole.
— Sta bene, — rispose la Morte, e subito le calzò.
Ora passeggiava senza alcun rumore. Antonio spense la luce. Pareva proprio che nella stanza non ci fosse più nessuno. Si guardò bene dal prendere dal cassetto la rivoltella e dopo un poco dormiva di nuovo profondamente.

> Enrico Morovich, La Morte in pantofole, 1988

Oltranza

Ci mancherebbe altro che si dovesse rifare la propria vita (semmai, precisamente, uno attenderebbe a produrre altro e nuovo).

> Gianfranco Contini, Breviario di ecdotica [1986]

Il sole spuntava sulla terra e Lot era arrivato a Zoar, quand'ecco il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot si guardò indietro e divenne una statua di sale.

> Genesi 19,23-26

Orfeo: «È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. Si intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch'è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com'era prima; che un'altra volta sarebbe finita. Ciò ch'è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avrei attraversato, e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi: "Sia finita" e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolìo, come d'un topo che si salva.»

> Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò. L'inconsolabile [1947]

venerdì, agosto 12, 2005

Oltranza


Chi parla è stato uno dei molti che si sono inoltrati in una via del conoscere arginata dal precedente conoscere altrui, e, guidati e assicurati da quegli argini, hanno finalmente trovato un varco proprio. Contini, a venti anni, era già sul varco: aveva scontato in un balzo la via percorsa dagli altri, e guardava altrove. La qualità del suo ingegno si può chiamare, in senso etimologico, oltranza. Chiuque lo accostò, giovane o vecchio che fosse, si sentì sospinto oltre se stesso; non però trascinato, perché il rapporto non era fascinatorio. L'onestà del vero maestro vigilava sul rapporto: «Gli studenti si aspettano – mi disse una volta – che io faccia, sulla cattedra, spettacolo e incantesimo, e io li deludo, perché insegno soprattutto grammatica».

> Giovanni Nencioni, Ricordo di Gianfranco Contini [1990]

Deterrente
[Al di sotto dell'alfabetismo]


La leggenda, di ovvia origine romantico-populista ma in seguito imparentata sia con Mao-Tze-Tung sia con Mike Bongiorno, vuole che l'Italia pulluli di talenti letterari ignoti, snobbati da un'ottusa e sprezzante oligarchia di critici, funzionari, consulenti, lettori professionali ecc., pervenuti chissà come ai vertici di quell'abominevole impero noto sotto il nome di "industria culturale" e intenti unicamente a spingere avanti le fortune di amici, parenti, complici, adulatori e indegnissimi raccomandati; talché basterebbe scavare qua e là con la paletta di plastica per veder zampillare dalle umili sabbie periferiche racconti, poesie, romanzi di kuwaitiana qualità.
Chiunque abbia lavorato nell'ambiente editoriale sa quanto sia lontana dal vero una simile visione. Fedele alla regola del "non si sa mai", ogni casa editrice, grande, piccola, media, esamina o perlomeno sfoglia scrupolosamente ogni manoscritto inedito che riceve, sebbene questa, fra tutte le attività connesse con la letteratura, sia forse la più deprimente, quella che più stimola la nostalgia dell'analfabetismo, il rimpianto del grugnito preistorico. I testi che arrivano (a centinaia, a migliaia) sono in massima parte addirittura al di sotto dell'alfabetismo, zeppi di errori di sintassi, grammatica, ortografia. C'è poi una massa di canzonette in prosa, ossia di trasparenti sfoghi autobiografici in genere ispirati da un amore infelice. E infine, ecco la nutrita pila delle inanità letterarie, ingenuamente, grossolanamente orecchiate ora da Gadda ora da Kerouac, ora da Roth ora da Borges, secondo la moda del giorno prima.
Tutti costoro pretendono una risposta scritta, che entri nel merito con giudizi articolati, osservazioni, critiche, suggerimenti. Non si rendono conto che tanto varrebbe chiedere ai selezionatori per i giochi olimpici una meditata valutazione sul mero fatto che si sa camminare e talvolta raggiungere l'autobus con una bella corsetta.

Fruttero & Lucentini, I ferri del mestiere [1986]

giovedì, agosto 11, 2005

Un tutto riconoscente [Manifesto]


Ho avuto occasione di accorgermi, in precedenza, che tu soffri un po' per il fatto di dovere anche tu nella vita molte cose ad altri. Ma è proprio uno stravolgimento. Il desiderio di voler essere ciò che si è solo sulla base delle proprie forze è un orgoglio che si fonda sull'errore. Anche ciò che dobbiamo agli altri ci appartiene ed è una parte della nostra vita, e voler calcolare quanto uno s'è guadagnato da solo e quanto invece debba agli altri, non solo non è cristiano, ma è un'impresa disperata. L'uomo costituisce, con ciò che è e con ciò che riceve, un tutto.

> Dietrich Bonhöffer, Resistenza e resa, 1943