Non possiamo sradicare il male, possiamo soltanto sfrattarlo, costringerlo a spostarsi altrove. E quando quello trasloca gli va sempre dietro anche un po’ di bene. Non possiamo alterare mai il rapporto tra bene e male, possiamo solo tenere le cose in movimento, affinché né l'uno né l'altro si solidifichino. — > Tom Robbins, Natura morta con picchio, 1985
Non ti torturare, figlia mia. Resisti a te stessa: non trattenere ciò che è stato, non cercare ciò che sarà. Riconosci come perfetto ciò che hai compiuto, ciò che si è compiuto. E scrivi ciò che ti dico; non come insegna, né come proposito: ma come preghiera al Mistero, che non ti appartiene. Non lo dico affinché ti rassegni o ti disperi. Se così fosse, saresti in preda all’avversario – che prima lusinga e poi sbrana. Lo dico, anzi, affinché tu possa arrischiarti a un affidamento maggiore. Che oggi è un maggiore sacrificio, poiché tu lo rapporti al tempo così come ti appare; ma è l'unica, vera simultaneità tra dolore e riparazione, tra il desiderio e il suo compimento. — di Elianto
Dobbiamo riconquistare la sapienza del vetro scuro, della penombra misteriosa, della fede che dà sostanza a ciò che non sta alla superficie del visibile. I grandi eventi coi riflettori se ne vanno come sono venuti. Effetti speciali che non hanno sostanza. Affetti speciali, piuttosto, strappati ai lati oscuri della vita, che legano l’anima al corpo e il corpo allo Spirito. — > P. Sequeri, L’ombra di Pietro. Legami buoni e altre beatitudini, 2006
Sulla soglia incontro H. Capita di rado, ma capita, essendo noi diventati, ormai da qualche anno, vicini di quartiere. Dunque non è un fatto così meraviglioso; a causarlo è la probabilità, più che il destino. L’elemento forse paradossale – quello sì, sorprendente — è il luogo, la piazza che ospita l’incontro, ovvero un sagrato. Ci si incrocia subito fuori dalla chiesa, prima o dopo la celebrazione; o ci si avvista durante la processione alla comunione, cui entrambi, inspiegabilmente, ci accostiamo.
La mia conoscenza di lui si è interrotta nel ’92, e me lo ricordo come un “mangiapreti”. Io stessa, allora, non frequentavo ancora gli atri di Dio; né assiduamente, come è stato per tutti questi scorsi anni, né irregolarmente, come oggi, circa, mi consento di fare. Non li frequentavo, non li frequentavamo. Ed eravamo felici così. Bastavamo a noi stessi: forti, giovani, innamorati. Almeno fino a un certo punto. Dopo tutto questo tempo, più di quindici anni (ma quante vite?), rivederlo è quasi un piacere. Riconoscere la sua figura, i suoi tratti somatici, le sue particolarità fonetiche, la sua immodestia. Che in superficie è quasi urtante, ma diverrebbe certo secondaria, persino invisibile, se entrassi di nuovo in relazione con lui; perché passerebbe senz’altro in secondo piano – almeno ai miei occhi – rispetto all’intelligenza. La sua è una testa logica, soprattutto; e i pregi della logica, per chi ne fosse assetato, potrebbero oscurare il resto. Nessun problema dunque: la vanagloria è facile a tollerarsi o comunque a perdonarsi.
E così ascolto le sue vicende private, ma ancor prima i suoi risultati professionali (ogni volta mi aggiorna, perché ogni volta è una promozione); io balbetto i miei, il più fluidamente che mi riesce, incespicando nel solito problema di spiegare in cosa consiste il mio lavoro. Ormai ci ho fatto il callo; ed è un callo che procura quasi inerzia, sino al limite della passività. Insomma non mi sforzo a descrivere più nulla. Qualunque cosa sia e come sia definibile (persino il fisco fatica a codificare la mia attività, che annovera nella categoria “Altro”), il mio lavoro mi piace e per fortuna mi diverte. Sono in proprio (pr. frileens), guadagno poco e non ho alcun benefit, ma quello che faccio mi dà stimoli continui. Sono dunque nella fortunata condizione di non dover invidiare nessuno, ma nemmeno, soprattutto, di compiacermi. «Mi pagano l’aereo da qualsiasi parte debba prenderlo per tornare», vanta lui, con il suo ghigno tipico di fierezza; io penso Ma ancora lì, sei? Riposa il tuo cuore. In conclusione, servendo l’altare dell’equilibrio: la vanagloria ci assimila, più che dividerci. E senz’altro anche ai tempi era così.
Come sempre quando lo incontro, tiene mano nella mano J. Con cui scambio qualche gioviale battuta, vincendo la trappola di timidezza che mi inchioda ogni qual volta debba affrontare un bambino in età prescolare. Una somma pavidità che tuttavia vorrei interpretare, indulgente verso me stessa, come estremo rispetto. Ma in verità, diciamocelo, è una forma di scaltrezza. I marmocchi sono delle mine vaganti: accenderli o spegnerli è sempre un rischio, o quantomeno una fatica immane. Se poi, malauguratamente, stai loro antipatico, non ci mettono né due e né tre a torturarti o, peggio, avvilirti. Diaboliche creature: meglio ignorarle, se non si è proprio costretti a fare altrimenti (tipo educarli).
Dunque in questa nostra piazza — insolita e consueta a un tempo — che è il sagrato, ci si racconta un po’. Per rompere il ghiaccio avevo provato a buttargli lì un piccolo appunto ironico sull’omelia. «Se il sacerdote si trova costretto a specificare che il puledro della nuova traduzione», dico, «è in realtà un asino, come in effetti è sempre stato, a cosa serve la nuova traduzione?» Del resto, anche sotto altri rispetti, il sacerdote in questione mi era parso di scuola piuttosto conservatrice. «Certo che è un po’ paradossale... vero?» incalzo. In H nessuna reazione, se non quella un po’ ritrosa di chi si schermisce da un attacco delirante, verso cui non prova la minima solidarietà. Eppure questo fatto dell’asino-puledro mi aveva sollecitato e incuriosito. Mi chiedo quali conseguenze possa avere su un’eventuale catechesi a proposito dell’ingresso in Gerusalemme. Una volta rientrata a casa, la ricerca in rete tutto soccorre e riconcilia: trattavasi di un puledro, ma figlio d’asina. — di Elianto
Il paradigma oggi dominante per interpretare le vite umane individuali, e cioè il gioco reciproco tra genetica e ambiente, omette una cosa essenziale: quella particolarità che dentro di noi chiamiamo: "me". Se accetto l'idea di essere l'effetto di un impercettibile palleggio tra forze ereditarie e forze sociali, io mi riduco a mero risultato. Quanto più la mia vita viene spiegata sulla base di qualcosa che è già nei miei cromosomi, di qualcosa che i miei genitori hanno fatto o hanno omesso di fare e alla luce dei miei primi anni di vita ormai lontani, tanto più la mia biografia sarà la storia di una vittima. La vita che io vivo sarà una sceneggiatura scritta dal mio codice genetico, dall'eredità ancestrale, da accadimenti traumatici, da comportamenti inconsapevoli dei miei genitori, da incidenti sociali. […] Noi siamo vittime delle teorie ancor prima che vengano messe in pratica. […] La vittima è l'altra faccia dell'eroe. Più in profondità, noi siamo vittime della psicologia accademica, della psicologia scientistica, financo della psicologia terapeutica, i cui paradigmi non spiegano o non affrontano in maniera soddisfacente — che è come dire ignorano — il senso della vocazione, quel mistero fondamentale che sta al centro di ogni vita umana. […] Leggere a ritroso significa che la parola chiave per le biografie non è tanto "crescita" quanto "forma", e che lo sviluppo ha senso soltanto in quanto svela un aspetto dell'immagine originaria. Beninteso, ciascuna vita umana di giorno in giorno progredisce o regredisce, e noi vediamo svilupparsi svariate facoltà e le osserviamo decadere. E tuttavia l'immagine innata del nostro destino le contiene tutte nella compresenza di ieri, oggi e domani. La nostra persona non è un processo o un evolversi. Noi siamo quell'immagine fondamentale, ed è l'immagine che si sviluppa, se mai lo fa. Come disse Picasso: «Io non evolvo. Io sono». Tale, infatti, è la natura dell'immagine. L'immagine è presente tutta in una volta. — > James Hillman, Il codice dell'anima, 1997
«Chi ghn'à mia in quidzëina, ghn'à gnan in trintëina». [Chi non ha senno a quindici anni, non ne ha neanche a trenta]. Detto piacentino
martedì, novembre 25, 2008
La fiaba, come i vangeli, è un ago d’oro, sospeso a un nord oscillante, imponderabile, sempre diversamente inclinato come l’albero maestro di una nave su un mare mosso. Come scegliere di volta in volta fra abbandono ed astuzia, ingenuità e sapienza, memoria e oblio salutare? Uno vince perché in un paese di creduloni e intriganti fu diffidente e segreto, l'altro perché si affidò infantilmente al primo venuto, o addirittura a un cerchio di malfattori. Enigma ogni giorno nuovo, proposto e mai risolto, se non nell’ora decisiva, nel gesto puro — non dettato da nulla ma alimentato, giorno per giorno, di pazienza e silenzio. — > Cristina Campo, Gli imperdonabili, 1987, corsivi miei
Nessun libro finisce; i libri non sono lunghi, sono larghi. La pagina, come rivela anche la sua forma, non è che una porta alla sottostante presenza del libro, o piuttosto ad altra porta, che porta ad altra. Finire un libro significa aprire l'ultima porta, affinché non si chiuda più né questa né quelle che abbiamo finora aperte per varcarne la soglia, e tutte quelle che infinitamente si sono aperte, continuano ad aprirsi, in un infinito brusio di cardini. — > Giorgio Manganelli, Pinocchio: un libro parallelo, 2002
Il libro come esperienza — Il libro, come il giornale, vede quotidianamente eroso un predominio che alla fine dell'Ottocento aveva probabilmente raggiunto l'estensione maggiore. Oggi non si deve difendere un'esclusiva impossibile, ma una idea di cultura nella quale una civiltà si riconosce. […] Io non credo che il libro cesserà di essere una fonte di felicità, come la dieta degli astronauti […] non eclisserà la grande cucina delle tradizioni regionali. Noi dobbiamo piuttosto difendere l'immagine della cultura che il libro esprime rispetto ad altre fonti di sapere. E la lettura come esperienza che non coltiva l'ideale della rapidità, ma della ricchezza, della profondità, della durata. Una lettura amante degli indugi e dei ritorni su di sé, aperta, più che alle scorciatoie, ai cambi di passo che assecondano i ritmi della mente e vi imprimono le emozioni e le acquisizioni. È in questa esperienza del libro che il libro diventa un'esperienza essenziale. — > Giuseppe Pontiggia, Prima persona
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca. Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle. Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si è risparmiato e due vecchi che si amano. Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco. Considero valore tutte le ferite. Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che. Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord, qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato. Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia. Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore. Molti di questi valori non ho conosciuto. — > Erri de Luca, Opera sull’acqua e altre poesie, Einaudi 2002
Quarantaquattro chilometri al giorno, seduti uno accanto all’altro, era una distanza sufficiente per conoscerci bene, e per ammirarci di sottecchi, scambiarci confidenze, attaccar briga, a volte perfino litigare a gran voce. Tuttavia una specie di istinto ci frenava quando eravamo sul punto di umiliarci a vicenda, o di esprimere troppo i nostri sentimenti. Con un minimo di pudore, e in più un po’ di odio preservato, la nostra amicizia andò consolidandosi; a differenza dell'amore, che tende sempre a straripare, l’amicizia ha bisogno delle sue dighe. — > Chiquo Barque, Budapest, 2005
Non ti aspetto più neanche se quando ritorni ritornasse un'altra estate. Non ti aspetto più è passato molto tempo le mie stagioni sono già finite.
Non ti aspetto più e vado via da qui oltre questo ponte un altro ponte e ancora un fiume e un altro fiume ci sarà.
Non ti aspetto più e vado via perché oltre l'orizzonte un altro mare e ancora un mare e un altro amore ci sarà. — > Gianmaria Testa, Non ti aspetto più, da Lampo, 1999
Un mandarino era innamorato di una cortigiana. Sarò vostra — disse lei — solo quando voi avrete passato cento notti ad aspettarmi seduto su uno sgabello, nel mio giardino, sotto la mia finestra. Ma, alla novantanovesima notte, il mandarino si alzò, prese il suo sgabello sotto il braccio e se ne andò. — > R. Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, sv attesa, 1979
Oimè, ch'Amor m'ha posto in cotal arzere onde convienme ognor lagreme sparzere so che de doglia lo mio cor formigola. — > Per troppo fede, ballata anonima dal Codice Rossi (XIV secolo)
Lu disiu d'amuri m'acchiana di lu pettu comu fumu di braceri astutati cu l'acqua e m'affuca.
Chi vonnu sti pizzi aperti dintra lu nidu di lu me pettu, ca puncinu la gaggia pi nèsciri e si nsanguinanu li testi?
[…]
Dicitimi ca li petri sunnu amuri e mi li manciu. Dicitimi ca li furni còcino amuri e mi fazzu nfurnari.
Il desiderio d'amore / mi sale al petto / come fumo di bracieri / spenti con l'acqua / e mi soffoca. // Cosa vogliono / questi becchi aperti / dentro il nido del mio petto, / che pungono la gabbia per uscire / e si insanguinano le teste? […] Ditemi che le pietre / sono amore / ed io le mangio. // Ditemi che i forni / cuociono amore / e mi faccio infornare. — > Ignazio Buttitta, Arsura d'amuri, 1963
È un blog dove l'autore è preferibilmente un curatore, antologista di una miscellanea di estratti. Se si escludono i miei interventi (che propongo in graziato bianco, se si riesce a cogliere la distinzione), tutto il resto è citazione espressa, esplicita. Un blog che non aggiunge nulla, ma lascia affiorare; non inventa, ma scopre (e quindi, etimologicamente, inventa); non afferma, ma svela. I brani selezionati in ciascun post si specchiano a vicenda; talvolta, il viandante che vi si accosti può anche riflettersi, e specchiare ulteriormente. È un blog-prisma, luogo di rifrazioni. Come lo sono tanti altri blog che incrocio e ammiro.